Io resto
Mi hanno amata a pezzi, come chi raccoglie ciò che brilla e lascia l'ombra dall'altra parte della porta. Mi hanno voluto bene per la mia risata, ma non per il silenzio che la sostiene; per le mie ali, ma non per il vento che a volte le spezza; per la mia luce, senza chiedersi quanta notte avessi dovuto attraversare per accenderla. Sono arrivati a me come naufraghi in cerca di una riva, e io, con tutta la mia costa aperta, ho offerto loro rifugio senza chiedere se sapessero restare, se portassero radici, se conoscessero il peso di un'ancora. Ho mostrato loro le mie spiagge, i miei falò, i miei porti accesi nella notte. Ho aperto loro le mie acque trasparenti, ma anche le mie correnti profonde, gli scogli nascosti, i luoghi in cui nemmeno io stessa so sempre come tornare. Eppure nessuno è arrivato ad abitarmi tutta. Nessuno è rimasto a dormire in tutta l'estensione della mia anima: nelle sue strade in festa e nei suoi quartieri grigi, nei suoi giardini segreti, nei suoi mari calmi e in quelle onde che si alzano quando qualcosa di troppo profondo torna a fare male. Forse mi hanno amata fin dove ne erano capaci. Forse ognuno mi ha dato ciò che le sue stesse rive gli permettevano. Non ogni abbandono è mancanza d'amore, né ogni amore sa diventare casa. Ma anch'io mi sono stancata di essere rifugio per chi non ha mai imparato ad abitarsi, di offrire l'oceano a chi cercava solo un posto dove riposare, di farmi piccola per non traboccare oltre la riva di nessuno. Perché non sono nata per essere un luogo di acque quiete se dentro di me ruggiscono maree. Non sono venuta a tradurre la mia profondità in parole più semplici, né a chiedere perdono alla mia intensità perché non so vivere in superficie. Forse il mio amore è oceano e molti hanno imparato a nuotare soltanto in acque tranquille. O forse non ho ancora trovato chi non confonda la profondità con il pericolo, la libertà con la distanza, né una tempesta con la fine dell'estate. Chi sappia che anche il mare riposa, che persino le acque più impetuose custodiscono luoghi di una tenerezza infinita, e che amare non consiste nel conoscere ogni angolo dell'altro, ma nel non fuggire quando appare l'ignoto. E sono ancora qui. Non intatta, non invulnerabile, non in attesa che qualcuno venga a salvarmi da me stessa. Sono ancora intera, con le mie maree e i miei naufragi, con la dolcezza che ancora mi abita e la saggezza di chi ha imparato che aprire il cuore non significa consegnare a chiunque le chiavi di casa propria. Non voglio più che mi amino solo quando sono facile da amare. Voglio un amore che non mi chieda di scegliere tra la mia luce e la mia ombra, tra la donna che ride e quella che ha bisogno di silenzio, tra le mie ali aperte e i miei giorni di stanchezza. Qualcuno che non pretenda di calmare l'oceano, né di domare le sue correnti, né di trasformarlo in un lago per sentirsi al sicuro. Qualcuno che si sieda sulla mia riva senza paura dell'immensità, che impari le mie maree senza credersene padrone, che sappia restare senza fare del suo restare una promessa vuota. E che una notte, mentre la luna scioglie la sua luce sull'acqua, guardi l'orizzonte, poi guardi me e dica, senza eroismo, senza paura, senza bisogno di salvare nulla: Qui. Nella tua calma e nella tua tempesta. In tutto ciò che sei, anche in ciò che ancora non conosco. Qui, così, io resto. — Victoria Inaudi